Ovvero come è nata la più grande condanna di questo paese:
Nel 1965, dopo l’impetuosa crescita economica degli anni precedenti, il debito pubblico ammontava al 35,02% del Pil (Prodotto interno lordo).
Da allora cominciò crescere, sia pure gradualmente, sino a toccare il 57,59% quindici anni dopo. Nel 1980, quindi, l’Italia aveva un debito pubblico inferiore al 60% del Pil e compatibile con i parametri che sarebbero stati fissati dal trattato di Maastricht nel 1992 per l’unificazione monetaria dei Paesi membri dell’Unione.
Ecco lo sviluppo della crescita negli anni seguenti.
Nel 1983 (governi Fanfani e Craxi): 69,93%.
Nel 1984 (governo Craxi): 74,40%.
Nel 1985 (governo Craxi): 80,50%.
Nel 1986 (governo Craxi): 84,50%.
Nel 1987 (governi Craxi, Fanfani e Goria): 88,60%.
Nel 1988 (governi Goria e De Mita): 90,50%.
Nel 1989 (governi De Mita e Andreotti): 93,10%.
Nel 1990 (governo Andreotti): 94,70%.
Nel 1991 (governo Andreotti): 98%.
Nel 1992 (governi Andreotti e Amato): 105,20%.
Nel 1993 (Amato e Ciampi): 115,60%.
Nel 1994 (governi Ciampi e Berlusconi): 121,50%.
Da allora il debito ha cominciato a scendere:
121,20% nel 1995 (governo Dini);
120,60% nel 1996 (governi Dini e Prodi);
118,10% nel 1997 (governo Prodi);
114,90% nel 1998 (governi Prodi e D’Alema);
113,70% nel 1999 (governo D’Alema);
109,20% nel 2000 (governi D’Alema e Amato);
108,70% nel 2001 (governi Amato e Berlusconi);
105,55% nel 2002 (governo Berlusconi);
104,26% nel 2003 (governo Berlusconi);
103,90% nel 2004 (governo Berlusconi).
Da allora ha ripreso a salire:
106,60% nel 2005 e 106,80% nel 2006.
I dati definitivi del 2007 sono migliori: qualche decimale in più del 104%.
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